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E poi arrivò la fabbrica

Quella che analizza, divide, spacca un oggetto in dieci, venti, quaranta o cento parti; erige dieci, venti, quaranta o cento capannoni da ognuno dei quali sforna milioni di singoli pezzi. Con tempi e movimenti cronometricamente studiati, le file dei singoli pezzi confluiscono, in una magica armonia prestabilita, in una catena di montaggio in un più vasto capannone, e da qui, completati, timbrati, contati passano al grande magazzino che li distribuisce e li disperde in tutto il mondo.

Tutti oggetti uguali: serie interminabili di singoli oggetti sfacciatamente, deprimente ma logicamente uguali. Non c’è principio di individuazione che li salvi; come al gioco delle tre carte, cambiate e sostituite rapidamente una con un’altra e il cliente la crede quella di prima. Non individualità, non distinzione. Milioni di bocche si aprono; si spalancano milioni di porte; in milioni di case trovate lo stesso oggetto; e voi sapete già, con un solo sguardo distratto da che parte venga, quanto costi, quanto valga a cosa serva e che difetti abbia. Non lo degnate neppure della minima attenzione. Ma prima della grande fabbrica? In principio era la bottega! Ricordate i versi del Leopardi nel “Sabato del Villaggio”, là dove parla del “legnaiuol” che “s’adopera a finir l’opra”? ecco il punto: la fabbrica dà l’oggetto, milioni o miliardi di oggetti; l’artigiano dà “l’opra” che è e rimane per sempre “una e unica”. La fabbrica è la massa l’artigiano è individuo. L’oggetto è l’uguaglianza livellatrice: “l’opra” è la distinzione individuale. Questa società ha ucciso l’artigiano e con lui molte altre cose. Inevitabile? Forse; ma non del tutto. L’artigiano non è morto: cova sotto le ceneri; e prima di tutto sotto le ceneri della nostra anima, da dove viene risvegliato a nuova vita, a nuova funzione ogni volta in cui ognuno di noi desideri avere un’opera che sia unica, frutto della mente che pensi a quell’opera sola e con una intuizione unitaria, sintetica, soprattutto prima che analitica; opera che porti l’impronta del “pollice divino” che plasma, come nell’orefice, secondo la fuggevole intuizione lirica del momento creativo. Dalle botteghe degli artigiani o artisti che chiamar si vogliano, sono uscite le opere che da secoli richiamano nel nostro paese milioni di stranieri. Botteghe di “mastri” o maestri che insieme ai loro “garzoni” erano impegnati notte e giorno a pensare prima di agire, a meditare sul che cosa e sul come, alla ricerca sempre del meglio e non nel silenzio e nell’aridità dell’anima davanti a una macchina che produce, produce, produce sempre la stessa cosa, mentre la monotonia dell’atto porta la sonnolenza al corpo e alla mente. La dialettica dello sviluppo della società moderna tenta di distruggere l’individuo. Svincolatosi, con lotta disperata, dalla tribù per divenire individuo dall’epoca degli antichi greci, l’uomo è oggi minacciato di assorbimento nella massa con la totale perdita dell’individualità. Comuni i sentimenti, i desideri, i pensieri, i valori, le soluzioni, gli oggetti.Alla propria individualizzante si sostituisce il consumo; apprestata e inculcata dai Mass Media. Una ondata di bramito di autodistruzione individuale; una voluttà di immergersi e nascondersi fra gli altri quasi l’uomo avesse paura della sua individualità; come se vedesse la sicurezza solo nascondendosi nel branco. La salvezza da una simile catastrofe può venire da più parti: dal di dentro e dal di fuori. Il desiderio, la ricerca e il possesso dell’”oggetto unico” può essere una via di liberazione. Vi sono sensazioni e sentimenti che si presentano nuovi più che rinnovati: come una scoperta di moti antichi dell’animo ormai da tempo ignorati. La gioia e, se vogliamo l’egoismo di poter affermare: “Ve n’è uno solo al mondo e l’ho io!”; il sentimento geloso del possesso del pezzo unico e l’attaccamento quasi morboso dell’animo all’oggetto posseduto sono tutti moti interiori che parranno insoliti e nuovi. Sono scoperte dello spirito che nella unicità dell’oggetto, nella sua individualità non confondibile con altri, nel legame geloso ad esso come ad un’ancora di salvezza trova la via e la forza di sfuggire ai tentacoli e alla tensione di confondersi, immergersi, occultarsi e disinvidualizzarsi nella massa. Qui la salvezza vien dal di fuori. Ebbene, l’unicità dell’oggetto è un dato che ci viene solo dalla bottega dell’artista o dell’artigiano e non dalla grande fabbrica. Certo non avremo più la bottega o l’artigiano dei nostri nonni. Ormai la fabbrica e la bottega rispondono a due esigenze nettamente distinte: né quella può darci il pezzo unico, né questa può fornirci la quantità. La fabbrica sta alla quantità disindividua, come la bottega sta all’unicità inconfondibile. Come, nel commercio, il Grande Magazzino tende a distruggere i piccoli esercenti e di questi sopravviveranno solo coloro che si dedicheranno a un commercio specializzato, cioè alla qualità e al servizio più che alla quantità, così nell’attività produttiva le grandi fabbriche distruggeranno le botteghe e solo continueranno a vivere e rinnovarsi quelle guidate da “Maestri” da artigiani maestri. L’artigianato non sarà solo un mestiere, ma anzitutto il frutto di una vocazione, di un’esigenza estetica, di un bisogno spirituale e artistico e niente affatto economico come nel passato.